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Passi verso la creazione del gruppo

Come cominciare - e come andare avanti?

La cosa viene capita e giudicata buona, l’idea prende struttura e dovrà diventare pratica - qui l’uomo ostacola la via agli uomini, lo spirito umano fallisce per colpa della natura umana.” (Eric Muehsam)

Questa diagnosi del 1919 dei tentativi di una vita diversa e migliore, spesso, purtroppo, risulta attuale ancora oggi. Molte iniziative con buone intenzioni per la fondazione di gruppi-comunità falliscono subito all’inizio. Tutti vogliono la stessa cosa - ma in modo diverso. Si siede insieme, spesso con persone estranee, si conducono discussioni infinite - ed il sogno di tutti sbadiglia annoiato nell’angolino. Si prova a formulare un consenso sugli obiettivi comuni - e si finisce di nuovo in posti generici non vincolanti. Si parla di concetti di realizzazione e si finisce in piani formali, che non “respirano” uno spirito comunitario.

Le persone sono proprio troppo diverse...!?

Il tempo stringe, ed i primi già abbandonano la nave: “quando ci incontriamo la prossima volta?” - (forse mai più?). Anche se non deve sempre finire in modo così drastico, molti errori iniziali si vendicano spesso nel corso futuro della vita insieme. Quando intraprendi la strada con la gente o le strutture sbagliate, la rotta non può più essere corretta senza grosse ferite umane (e spesso anche perdite materiali). C’è, nel frattempo, per fortuna, una sapienza più grande sulla creazione di comunità ed il funzionamento dell’anima umana. Le proprie esperienze e gli stimoli personali sui primi passi costruttivi ed anche sulle dinamiche dei passi seguenti, riguardo allo sviluppo di una vita in comune, sono raggruppati nel seguente articolo, da cui poter trarre suggerimenti per un andamento iniziale sensato.

7 PASSI VERSO LA CREAZIONE DEL GRUPPO

1) Chiarire la propria visione interna e le motivazioni personali. La base della comunicazione consiste sempre nella personale chiarezza riguardo ai propri obiettivi ed alle proprie competenze. In particolare serve uno sguardo sincero alle proprie mancanze, ai motivi nascosti ed alle aspettative compensative sugli altri. Spesso buoni obiettivi ufficiali di facciata non corrispondono alle reali motivazioni personali ed ai propri dubbi più latenti. Tutti e due devono essere esposti sin dall’inizio.

2) Cercare un gruppo con intenzioni uguali, entro cui possano entrare in risonanza le motivazioni personali e la chimica dinamica di gruppo (non più di 5-12 persone). In un gruppo troppo grosso spesso non è possibile ottenere un consenso abbastanza chiaro. Al contrario, un nucleo troppo piccolo (familiare) sarebbe troppo parziale come unico seme. E’ importante l’armonia interna ed il riconoscimento reciproco all’interno del gruppo; occorre essere convinti di potere agire insieme, consapevoli delle differenze dei contenuti personali.

3) Fissare insieme le fondamenta essenziali, cioè formulare chiaramente la visione ma lasciare aperte la libertà e le vie individuali. Questo gruppo dovrebbe, sulla base di una solida visione, elaborare un concetto base in grado di formulare tutti gli obiettivi comuni essenziali, lasciando però abbastanza libertà individuale nella loro realizzazione. Più chiaramente si definiscono gli obiettivi fondamentali ed i punti forti del progetto, più facilmente gli interessati possono decidere a favore o contro la loro partecipazione ad esso e meno regole dettagliate occorreranno in futuro, risparmiando ore di litigi e discussioni. In questo lavoro fondamentale occorre delineare anche le regole della comunicazione, le strutture decisionali ed i posti necessari di realizzazione.

4) Cercare contribuenti capaci e umanamente competenti, che aiutino a portare avanti e realizzare gli obiettivi. Questo “gruppo nocciolo” si può permettere di scegliere i prossimi collaboratori e di fissare i criteri dell’ammissione; è importante trovare un feeling per il proprio centro, per mettersi in una posizione decisiva che non emargini gli altri e non diventi arrogante (niente più discussioni di fondo).

5) Sviluppare una cultura di fiducia attraverso il lavoro di gruppo e metodi di comunicazione rituali e idonei (anche tramite l’aiuto di esperti; p.e. l’aiuto di esperti di altre comuni o terapeuti di gruppo). Nessun concetto, struttura o visione può sostituire la nostra capacità di sensazioni o comunicazioni autentiche; essenza per la creazione del gruppo sono il lavoro di pace interna e la crescita personale.

6) Conoscersi attraverso il lavoro insieme, realizzando progetti pratici. La vita è il nostro più grande maestro. Senza essersi “sperimentati” per lunghi periodi di lavoro e di vita insieme (p.e. tempo trascorso in altre comunità, settimane “pratiche” del gruppo in vacanza), nessun gruppo dovrebbe andare a vivere insieme.

7) Definire il gruppo d’inizio e creare la via sul cammino (working on progress). Il gruppo nocciolo allargato diventa il portatore del progetto quando si assume il rischio della realizzazione e perciò si crea un vincolo giudiziario e finanziario (che regoli specialmente l’entrata e l’uscita delle persone ed i rapporti tra primi abitanti e sostenitori-finanziatori). Devono essere riconosciute le competenze e le qualità di guida e tracciate le aree dei compiti. Si crea un organismo ben articolato - una struttura sociale - in cui sono riconosciute tutte le parti (p.e. attraverso riti di ammissione e riconoscimento).

Ma in tutta la foga di realizzazione e serenità del progetto, non dovremo mai dimenticare lo humor ed il fatto che siamo tutti apprendisti su una via ignota. Tutti gli errori commessi sono un regalo per il gruppo, se questo è pronto a guadagnarseli coraggiosamente senza pregiudizi.

“LA FORZA ARCOBALENO DI COMUNITA’ - sul significato di vita in comune al giorno d’oggi” di Dieter Halbach. L’arcobaleno simboleggia il nuovo spirito di forme comunitarie, auto-organizzate ed integrali - l’unità nella molteplicità. Se nel passato libertà e comunione, individuo e collettivo spesso erano contraddizioni, nelle comunità di oggi queste coppie antitetiche trovano sempre più posto. Nella vita comunitaria, come in un arcobaleno con i suoi colori luccicanti, ogni persona dovrebbe poter mostrarsi in tutta la sua individualità. Lo scopo di queste nuove forme non è l’adattamento collettivo, o l’equiparazione dei singoli colori per ottenere un colore unico; i colori individuali però non devono nemmeno stare uno accanto all’altro senza connessione e scelta, come accade nell’individualismo estremo. I colori si sostengono e si completano nella loro luminosità; soltanto assieme creano quest’opera d’arte armonica con le sue tensioni visionarie tra cielo e terra. Questa forza dell’arcobaleno è una tendenza efficace nella pratica degli esperimenti odierni di comunità, indipendentemente dai punti di partenza e contenuti anche molto differenti. E’ un profondo processo di guarigione umana e storica, che ha a che fare con apertura e fiducia. Tutte le comunità vivono questo cambiamento in modo tale da esporsi ai temi umani nella loro vita insieme senza chiudersi ideologicamente verso gli altri.

Alcune questioni da prendere in considerazione:

1) come possiamo, oggi, capire e strutturare questa composizione dinamica di individui e gruppi con i loro obiettivi comuni ed il loro collocamento sociale?

2) quale nostalgia interna e storica sta alla base di questo desiderio di comunità?

3) qual è la comprensione attuale di una comunità integrata?

4) quali temi sociali vengono elaborati per questo esperimento?

Vediamo ora di dare una risposta.

1) L’equilibrio necessario. Il triangolo magico nel cerchio. L’individuo, la convivenza nel gruppo e gli obiettivi del gruppo, insieme, creano il triangolo magico nel cerchio del mondo. Se il flusso tra questi poli e l’ambiente circostante è disturbato, di conseguenza l’equilibrio verrà alterato a tutti i livelli. Nazim Hikmet ha espresso questa polarità in una poesia: “Vivere, singolarmente e libero come un albero e fraterno come un bosco... questo è il nostro desiderio!”. Quali sono le posizioni di partenza di questi poli al giorno d’oggi e quale significato ha la loro interazione riguardo alla creazione di comunità? Il singolo/la singola: l’individuo viene sempre più fuori dall’oscurità della storia. Sino al giorno d’oggi è Storia di repressione, disprezzo e umiliazione, successa ad ogni creatura mortale, sradicandone l’auto-stima. Con l’età dei Lumi si creò una nuova esigenza: “in questo mondo c’è un’unica via che nessuno può seguire tranne te. Ovunque ti porti, non domandare, seguila!” (Friederich Nietzsche). Oggi il singolo non è più una parte senza volto del collettivo, ma si ritrova creatura singolare e multidimensionale. La piccola ruota ottiene finalmente un ruolo particolare nell’ingranaggio, un cuore, un’anima, un genere erotico, una storia di vita, uno spirito riconoscente ed una profonda dimensione spirituale dell’unione con tutte le creature vive. il gruppo: c’è un nuovo desiderio di comunità, perché l’individualismo della modernità distrugge l’individuo. Derubato dalle sue radici vive, il singolo è libero soltanto di seguire le sue dipendenze interne. “Il pieno sviluppo dell’individuo è un’impresa comunitaria”. Qui il singolo può trovare un confronto attraverso cui crescere e ricevere compassione. Per questa interazione servono personalità integre e sviluppate in modo molteplice. La conoscenza della propria voce interna, delle proprie forze e debolezze, dipende dalla varietà e capacità di cooperazione del gruppo, per la possibilità di compensazione con le forze degli altri anzi che di lotta che esso può offrire. Gli obiettivi: una comunità ha bisogno di visioni comuni, per giungere oltre alla propria quotidianità, per continuare a collaborare anche in tempi difficili, per ammettersi le debolezze a vicenda e voler crescere attraverso questo. Diversamente dalle condizioni familiari o di clan, o da moderne squadre puramente funzionali, questi obiettivi non sono imposti dall’esterno. Le nuove comunità intenzionali, forme di “parentele a scelta”, si creano basandosi su questa comune immagine degli uomini e del mondo. Occorre elaborare la vicinanza. Per questo l’occuparsi a fondo in modo sincero e continuativo di valori e compiti comuni, discutendone assieme, è la base viva di nuove comunità. L’ambiente: l’ambiente sociale (i vicini, la regione, il mondo) è il terreno fertile su cui coltivare ogni comunità. “Nessuna comunità può sopravvivere (se non come fossile ideologico) se si isola dalla struttura sociale a cui appartiene. La sua vera giustificazione di esistenza riguarda il servizio offerto all’integrità della società.” (Donald Waters, fondatore di Ananda Villages). La comunità non finisce dove terminano i propri confini territoriali (o concettuali, giuridici, relazionali che siano). Una persona comunitaria vive sempre in comunità indipendentemente da dove si trova al momento. Ed i temi della propria comunità sono sempre anche temi storici e sociali.

2) Il singolo e il desiderio di comunità Ogni uomo e donna porta dentro di sé il desiderio di collegamento. “Co-renaissance”, nascere con gli altri”, per indicare questa condizione originaria della nostra fratellanza nella trama della vita. Ogni neonato vive sé stesso come parte inseparabile del cosmo ed è completamente dipendente dall’amore e dalla cura del suo ambiente circostante. Ogni bambino cerca la casa nella famiglia e la sicurezza in una rete di relazioni e posti vicini. “Ci vuole un villaggio intero, per crescere un bambino” dice Sobonhu Somè, tribù dei Dagara, America occidentale; ma aggiunge anche “ci vuole un villaggio intero , per curare la sanità dell’anima dei genitori”. La vita nel grembo della comunitàtribù è stata la culla dell’umanità ed è radicata profondamente in noi come esseri sociali. “La comunità è l’anima, la stella guida del mio popolo... l’obiettivo della comunità è prendersi cura di ogni suo membro, affinché esso sia sentito e i suoi doni, portati in questo mondo, siano usati in modo giusto. Senza questi doni muore la comunità. Senza la comunità, le singole persone non hanno più un luogo in cui poter contribuire a qualcosa... E quando non possiamo dare i nostri doni, siamo bloccati internamente; questa condizione ci influenzerà in svariati modi: spiritualmente, mentalmente e fisicamente. Saremo senza patria, senza alcun luogo dove poter andare, quando avremo l’esigenza di essere visti.” (S.S. “Il dono della felicità”). L’esistenza umana è anche marcata dal dolore della separazione. La consapevolezza di sé stesso rilancia l’uomo su sé stesso. Esce dalla creazione e va dentro la paura, viene lanciato in un mondo estraneo. Dobbiamo percorrere questo doloroso processo di nascita sia individualmente sia collettivamente. Il neonato deve uscire dal suo vissuto inconscio di gigante, o nano, del proprio mondo soggettivo e scoprire che esiste un altro mondo fuori da se stesso che non gli obbedisce. Anche l’umanità ha dovuto svegliarsi dal sogno dell’unità originaria con la natura. Da più di 5000 anni innumerevoli culture tribali tradizionali, che si basavano sul principio della parentela e della reciprocità, sono state distrutte. La società odierna del mercato globale e dell’individualismo estremo, minaccia di strappare totalmente queste radici. Gli abitanti delle società ricche, secondo ricerche sul sentimento della propria felicità, si trovano in graduatoria molto indietro rispetto ai paesi poveri, in cui sono ancora presenti forti connessioni sociali. (Studi della London School of Economics) Una vita completamente senza comunità non ci è possibile; senza contatto e cooperazione moriremmo spiritualmente e fisicamente di fame. In questo senso la comunità è elisir e collante di tutta la vita sociale, il flusso di calore della nostra storia, che ci da’ la forza per affrontare i “comunque” ed i “malgrado tutto”. Nell’evoluzione dell’umanità, a fianco della tendenza dominante all’isolamento, vi è quella verso la comunità. Soprattutto nel mondo globale d’oggi, siamo sempre più inter-connessi come umanità - nel bene e nel male. “Abbiamo soltanto quest’unico mondo che creiamo insieme, che lo si voglia o no” (Humberto Maturana).

3) La comprensione integrale della comunità nella pratica. La visione di una vita non-violenta insieme significa allargamento del pensiero del collettivo su tutta la società e sulla cooperazione con la terra come un unico essere. Lo scioglimento incrementale di tutti i collegamenti tradizionali, fino ad una mancanza di relazione, offre la possibilità e la necessità di sviluppare una nuova immagine di comunità. Per quanto le strutture e le organizzazioni mondiali, ufficiali e sociali, si siano date una costituzione solidale, finora le comunità hanno potuto sviluppare ben poco del loro potenziale sociale. Queste spesso sono, biograficamente e storicamente, soltanto una breve scintilla visionaria; per quanto riguarda la loro parte nominale nel popolo, cioè la loro influenza socio-politica, sono generalmente di poco conto. Nel passato molti tentativi sono stati accompagnati da conflitti interni, sovraccarico personale, mezzi limitati, scarso coinvolgimento regionale e sociale. Proteste e fatiche dominano la quotidianità, che ha perso la sua connessione reale e visionaria. Simile ad un “dramma di famiglia”, probabilmente non c’è un luogo dove si sono create così tante delusioni sulla vita collettiva come nei tentativi di comunità falliti finora. “Uno dei più grandi errori commessi dai pianificatori di comunità, forse, era che si aspettavano troppo dai loro concetti. Nessun sistema può creare virtù”. Il nostro vivace interesse deve valere per l’uomo/donna come individui, non come parte di un sistema. Il sistema è necessario soltanto per coordinare la vita. Le persone devono sviluppare il senso di comunità in modo organico. La via più sicura per ogni nuova comunità è che ognuno ottenga la libertà di unirsi agli altri in modo suo. Dove le persone fanno invece tutto insieme e devono essere d’accordo su tutto, si creano facilmente conflitti. Soprattutto non dobbiamo aspettarci dei miracoli. Basta che il nuovo modo di vivere sia meglio del vecchio.” (Donald Waters)

4) Il punto di svolta interiore nel processo comunitario Come si presenta, quindi, un’immagine comunitaria integrale, che può collegare la molteplicità e la stabilità di un villaggio, la comunione di una tribù e la cultura planetaria di una rete, con la ricerca di crescita personale nel gruppo? Una comprensione comunitaria sostenibile deve essere aperta, per trasformare la ricerca di comunità da un diktat idealistico di gruppo in un progetto sperimentale di società con più spazio per la realizzazione personale e lo sviluppo sociale. Punto di partenza sono una onestà e semplicità radicali nel comportamento reciproco, lasciando andare qualsiasi forma applicata. Altrimenti il desiderio di comunità subisce la stessa trasformazione del cespuglio come nella storia-racconto di Bert Brecht: con il suo obiettivo di dare una forma tonda al cespuglio, il giardiniere lo pota finché non è tondo, ma ormai non è quasi più nemmeno un cespuglio. La forma minaccia di soffocare il contenuto, diventa stretta.

La comunità Arca, nel sud della Francia, è un esempio di una comunità esistente già dal dopoguerra, con alti obiettivi per quel che riguarda l’autosufficienza ed una pratica spirituale della nonviolenza. L’esperienza seguente di due abitanti storici marcano il punto di svolta nel pensiero comunitario.

“Diventa veramente difficile, quando devi accettare la tua interiorità. Accettare sé stessi vuol dire anche accettare gli altri così come sono - e questa è la sola partenza di una vita in comunità. Arrivati a questo punto la forma, all’improvviso, svanisce. E le domande critiche (p.e. usiamo il trattore o no, l’elettricità o no) diventano secondarie, non essenziali. Per quanto possa essere sulla strada giusta e voglia vivere in armonia con la natura, tutto ciò non serve a niente, se le motivazioni non vengono da qualcosa di più profondo. Quando si vive in comunità devi far cadere tutte le idee preconcette. Solo una cosa è importante: lavorare sull’interiorità. Ci si deve lasciare andare sotto ogni aspetto. Quando si lascia andare la forma, solo allora ti incontri veramente nella vera profondità. Questa è la fratellanza, perché una comunità può sussistere soltanto se tutti si conoscono come fratelli e sorelle. (Etienne e Brigitte - Arca - comunità in Francia)

Queste comunità-Arca autoctone non sono per niente gruppi puramente new-age o terapeutici. Lavorare sull’interno qui vuol anche dire lavorare sui contenuti, su una pratica vincolante. “Lasciar cadere la forma” qui non significa rinunciare a contenuti ed obiettivi collettivi ed individuali. Al contrario, vuol dire fare il passo decisivo nella pratica, liberare i contenuti dalle loro catene e dai loro contrasti egoistici e potere comunicare su di essi in modo umano.

Essere “radicale” vuol dire “arrivare alle radici” e la radice della crisi di oggi è l’uomo.

In corrispondenza all’atteggiamento interno della “comunicazione non-violenta” (da Marshall Rosenberg) possiamo unirci insieme quando ci riferiamo alle necessità che stanno dietro alle prese di posizione, assumendole come fonti di vita originaria e collettiva. La comunità può essere un luogo particolare, se adibito non allo scontro di visioni tra loro, ma a porre in atto un “ascolto del mondo”. Non sono le posizioni a stare l’una di fronte all’altra, ma le persone che vogliono vivere insieme ed hanno l’opportunità di guardare cosa sta dietro a queste posizioni e capirle.

“Noi siamo separati nelle nostre convinzioni ma uniti nei dubbi”, ha osservato Peter Ustinov in tutto il mondo. Perché voglio pace e raccolgo litigio? Perché l’altro è così com’è? E perché io sono così? Perché gli argomenti giusti non hanno ancora innescato la rivoluzione mondiale? Perché un concetto obiettivamente buono può portare ad una falsa vita soggettiva? E perché una vita soggettivamente felice può obiettivamente avere conseguenze negative? Nella storia le “comunità” erano create in base a tradizioni, adattamento collettivo, ideologia ed identificazione. L’individuo non rientrava con la sua verità individuale (idiosincratica) in questa opinione pubblica collettiva. Individuo e comunità erano separati. Queste forme di comunità preindividuale erano il terreno fertile per distaccamento, emarginazione e guerre nelle forme più svariate.

“Chiaro negli obiettivi e morbido nei confronti dell’uomo”. Questo pensiero, oggigiorno, è trasversale alle forme più svariate di comunità: da Comunità di sinistra organizzate politicamente fino a Gruppi orientati spiritualmente, (questo pensiero) è percepito. Molte delle comunità contenute nell’elenco di Eurotopia si sviluppano in questa direzione. Da qualche anno è diventato raggiungibile nella libera rete di progetti comunitari tedeschi (Come Together), nel GEN (Global Ecovillage Network) ed in molte altre cooperazioni.

Il nuovo spirito del cooperare non è più provinciale o collettivo, ma planetario e sempre più non-ideologico: esso include tutte le creature. Si basa sulla volontà libera ed immodificabile dei suoi membri. E’ uno spazio per la conoscenza di sé e per lo sviluppo personale. Le sue strutture assomigliano all’immagine del sistema dell’ecologia: ogni singolo è sia un intero, sia una parte del tutto. Le nuove comunità non sono né ammassi senza struttura né collettivi gerarchici. Esse sono sia integrali sia individualistiche. Le loro strutture sperimentano la democrazia di base e collegano caso, comunicazione egualitaria e complesso ordine stratificato con competenze diverse. La base di questo è l’incontro umano ed una percezione approfondita l’uno dell’altro. Le loro connessioni non si fermano alla frontiera dei limiti fisici del gruppo, ma includono volontariamente sempre più gruppi e movimenti. Così, alla fine, si collegano ad un’evoluzione possibile (ma non obbligatoria) della consapevolezza dell’umanità verso l’essere uniti in modo completo. (Teilhard de Chardin)

Come funziona questo tipo di comunità, quale atteggiamento interiore sta alla base? Le seguenti tesi vogliono stimolare questo nuovo spirito di cooperazione.

10 Tesi sulla creazione di comunità

I. l’unione: il senso di comunità non è definito in prima linea attraverso un’appartenenza di gruppo, ma è un atteggiamento nell’unione con altre persone e nella vita in sé. Questa unione deve sempre rinnovarsi, attraverso un lavoro personale ed interiore.

II. carattere vincolante: formulare chiaramente obiettivi di fondo e valori della comunità aiuta a trovare persone con intenzioni simili ed a poter utilizzare in modo sinergico le loro forze e la loro creatività, affinché si possa creare una nuova realtà.

III. propria partecipazione: la comunità si crea quando si partecipa; quando oso con tutta la mia persona il grande SI e il preciso NO. Finché non ci mettiamo in discussione la comunità rimane una vuota messa in scena “degli altri”. Questo è un invito ai critici delle ultime file a diventare loro stessi attori protagonisti.

IV. individualità: comunità non si crea con il desiderio di limitare le personalità per renderla simile ad una identità di gruppo superiore, ma dal riconoscimento delle nostre differenze, forze e debolezze come nostra comune ricchezza.

V. unità nella molteplicità: più vari e forti sono i singoli, più vivace e stabile sarà la comunità attraverso una rete di relazioni complesse. Come in un biotopo, il senso di comunità sono il completamento a vicenda e la coordinazione reciproca. Unità ed individualità si servono l’una dell’altra.

VI. creazione interna di comunità: la capacità di riconoscere “l’unione nella molteplicità” all’esterno di sé, corrisponde al riconoscimento interno del proprio sé come essere molteplice: “io sono molti”. La comprensione e l’integrazione delle diverse voci interne, spesso addirittura in lite e spaccate tra di loro, di un gruppo cooperativo, è il presupposto per il trattamento aperto con gli avversari esterni. Rigidi concetti su sé stessi prevengono la formazione delle comunità. Aperti concetti, al contrario, rendono possibile assumere diversi ruoli nell’organismo intero e completarsi a vicenda. “Noi siamo uno”

VII. strutturazione sperimentale di società: comunità è cambiamento di sé stesso e della società in uno. Nessun ambito della vita e dei sentimenti dovrebbe essere emarginato per far sì che emergano soluzioni giuste dal dialogo comune, che siano umanamente armoniose e materialmente adeguate. Particolarmente, le domande umane più intime, necessitano della luce guaritrice della percezione reciproca, per poter liberare le sue potenzialità dalle manette e ferite private.

VIII. creazione di fiducia: la capacità di vedere il mondo attraverso gli occhi dell’altro e con il cuore aperto, di vuotarsi senza rinunciare a sé stessi, è la base per la compassione e la fiducia. Comunità si crea attraverso la comunicazione onesta e non-giudicante. Chi si mette a dare supporto al potenziale e agli obiettivi degli altri, aiuta a rendere superflua la ricerca minuziosa di insufficienze e problemi. Possiamo imparare ad amare la distanza tra di noi e di percepirci davanti ad un grande orizzonte.

IX. proiezione e delusione: il desiderio di comunità spesso sta in rapporto opposto alla capacità di realizzarlo. Invece di realizzare le proprie aspettative e turare i buchi, la comunità deve essere più uno specchio del sé e una sfida di propria crescita. Chi cerca NOI, troverà IO - e viceversa.

X. patria: solo quando posso essere totalmente me stesso/a all’interno della comunità - senza finzione e adattamento - sarò arrivato nella comunità. Comunità intesa in questo senso si forma quando c’è socializzazione cosciente dall’interno, quando il singolo si apre e trova risonanza nel mondo. L’unione reciproca deve essere una tendenza riconosciuta sia nelle comunità e nei movimenti sociali, sia all’interno dell’evoluzione umana.

 
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